MITOLOGIA, UNA PREMESSA SEMANTICA
L’espressione NIHON NO SHINWA ‘mitologia giapponese’ nasce nel periodo Meiji (1868-1912) su iniziativa di studiosi illuminati che vogliono dare a questi studi un taglio nuovo, di più ampio respiro e capacità comparativa. In quest’ottica la ‘materia mitologica’ (shinwa, lett. ‘racconto degli dei’) diventa parte importante del patrimonio e del corredo culturale di ogni popolo del mondo. Che cosa è un mito? Esiste un pensiero mitico universale? Per Platone i miti sono come le “favole della nutrice”, lo spazio che abita entrambi i generi è il terreno fertile dell’oralità. Esiste dunque fra fiaba e mito un terreno di ‘coltura’ comune; è il terreno in cui crescono gli archetipi, ossia quelle immagini dell’inconscio universale o meglio, come lo definiva Jung “INCONSCIO COLLETTIVO”.
Un MITO è un racconto,come ci suggerisce il termine greco stesso e l’idea di questo ‘narrare’, ‘parlare’ è contenuta nel carattere stesso di ‘wa’ presente sia in shinwa (mito, lett. ‘racconto degli dei’) e in minwa (leggenda, fiaba, lett. ‘racconto del popolo’). Il folclore di un popolo è costituito, dunque, da questi due distinti generi che in comune hanno la dimensione dell’oralità (hanasu/wa = parlare). Anche guardando alla nostra tradizione classica, emerge chiaramente cosa NON è un mito. Un mito non è un racconto storico. La differenza è marcata dal TEMPO DELLA NARRAZIONE di questi due generi. Il racconto storico nasce come ‘resoconto esatto di avvenimenti vicini nel tempo, cioè alla portata di testimoni attendibili che hanno potuto attestarne l’esistenza, l’occorrenza.
Il racconto mitologico narra invece ‘avvenimenti lontani nel tempo’, ma senza per questo rinunciare alla pretesa di storicità di quanto viene narrato. Il mito, ovunque nel mondo, ha un forte valore POLITICO che non potrebbe avere partendo dal semplice presupposto che narra qualcosa di fantastico, inverosimile, mai accaduto, inventato.
Un MITO non è un racconto letterario. Il racconto letterario è una finzione che tale si dichiara sin dall’inizio. Sia il racconto storico sia il racconto letterario hanno un autore certo, noto. La paternità autoriale è invece assente nel mito: esso è un racconto venuto dalla notte dei tempi e che esisteva ben prima che un narratore iniziasse a raccontarlo, a declamarlo, a scriverlo.
MEMORIA, ORALITA’ e TRADIZIONE (intesa come trasmissione inter-generazionale) sono le condizioni di esistenza e sopravvivenza del mito. Il genere che più si avvicina al mito è
La vicinanza fra mito e poesia come generi testuali è evidenziata anche nelle fonti mitologiche giapponesi: il più antico kayou (ballata in versi, spesso accompagnata da musica) è attribuito al dio Susanoo no mikoto. Nella versione mitologica il dio, dopo aver sconfitto il terribile serpente dalle molteplici teste e code (Yamata no orochi, lett. ‘grosso serpente dalle molteplici biforcazioni’) giunge in un luogo con una radura particolarmente ombreggiata e fresca; il cuore della divinità si sente rinfrancato, felice anche per l’imminente matrimonio con la dea Kushinada hime che egli ha salvato dalle fauci di Yamada no Orochi. La località della regione di Izumo dove Susanoo giunge è chiamata Suga (dall’onomatopea suga suga o l’aggettivo da essa derivato sugasugashii che significa ‘sentirsi rincuorato, rinfrancato’, ma indica anche un luogo fresco, ben ventilato, dove l’aria è frizzante). A Suga, il dio decide di stabilire la propria dimora con la sua giovane sposa e mentre sta costruendo il suo palazzo, si alzano le nubi nel cielo. A quella vista, Susanoo eleva il proprio canto:
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yakumotatsu |
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8 nuvole si alzano |
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Izumo yaegaki |
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nell’ottuplice recinto ad Izumo |
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tsumagomi ni |
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mi ci ritirerò con la mia sposa |
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yaegaki tsukuru |
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costruisco un ottuplice recinto |
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sono yaegaki wo |
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ah, quel ottuplice recinto |
“Otto (molte) nuvole si alzano l’una dopo l’altra, quasi a formare un ottuplice recinto. Là mi ritirerò con la mia giovane sposa; sto costruendo un ottuplice recinto, ah quel ottuplice recinto”.
a cura di Simonetta Ceglia
Giangiorgio Pasqualotto, docente di Estetica all’Università di Padova, definisce la maschera noo un luogo non luogo simile al vuoto zen. Più ancora dell’idea stessa di vuoto, però, è la sua operatività ad interessarmi maggiormente in questo momento.
Nei pochi istanti precedenti l’ingresso in scena, di fronte allo specchio della kagami no ma (camera dello specchio) l’attore, inchinandosi due volte alla maschera prima di indossarla, conclude un lungo e lento processo che si vuole di spersonalizzazione.
La noomen, infatti, è strumento essenziale all’attore per fare il vuoto dentro di sé, per obliarsi a sé stesso e consentire così al personaggio di manifestarsi in tutta la sua potenza e verità: quando un maestro indossa una maschera, sostiene l’attore Umewaka Rokuroo, questo non significa che mette la maschera sul suo viso, ma si intende che egli mette il suo spirito nella maschera.
Quanto appena detto circa la spersonalizzazione è riconducibile alla capacità straniante, libera dal giogo della catena di causa-effetto, propria dello zen.
La prima parte di questo articolo si apriva con la definizione metaforica del più alto grado del magistero attorico data da Zeami: “In Shinra, a mezzanotte, il sole splende. Il meraviglioso è l’ineffabile, è il punto in cui il cammino del pensiero si distrugge”. E di seguito posso ora aggiungere: “il sole a mezzanotte, è forse ancora una nozione che la parola possa esprimere?” (Zeami). La spersonalizzazione, dunque, è la naturale conseguenza e al contempo la necessaria premessa – l’ossimoro, come accade nel mondo o nei koan, è solo apparente – a ciò che il fondatore del noo ha ricavato dall’idea di non-mente (mushin),ossia la non recitazione.Si giunge così ad una definizione, tanto paradossale quanto paradigmatica, secondo la quale solo l’attore divenuto veramente maestro nella propria Via saprà dimenticarla per andare oltre, all’essenza stessa e indivisa della vita.
La noomen inoltre, e il doppio inchino di cui ho detto ne è una prova, gode tra gli attori di una considerazione tale da rasentare la devozione. Non solo la sua origine sarebbe praticamente divina – secondo Zeami le prime omote furono scolpite dall’imperatore Shootoku Taishi (572-621) – ma essendo considerata anche in grado di accogliere e trattenere l’energia e lo spirito di chi l’ha indossata o scolpita, può essere equiparata ad un iwakura o ad un himorogi, luoghi o oggetti in cui, secondo il credo shintoo, si è manifestata o potrebbe manifestarsi una divinità.
Per tale motivo Umewaka Minoru sostiene che un attore ordinario non può usare una maschera veramente buona in quanto non in grado di fondersi fino in fondo con essa: solo un maestro riconosciuto vi sa sparire senza scomparire, senza bloccarne o alterarne l’arcana forza comunicativa.
Per concludere voglio solo ribadire la centralità delle omote per la comunicazione scenica. La maschera è necessaria in tal senso perché presenta “una serie di forme intermedie che assicurano il passaggio dal simbolo al significato, dal magico al normale, dal soprannaturale al sociale. Ha dunque, allo stesso tempo, la funzione di mascherare e di smascherare” (Lévi Strauss). È una sorta di diaframma, un collante che sutura le distanze, è il medium che permette l’incontro tra ciò che è stato e ciò che è, tra tempo mitico (statico e immutabile) e tempo storico (dinamico e mutevole), tra passato e presente. Nel poema cantato e danzato che è il noo, per rubare le parole a Sieffert, la maschera si pone come strumento eccezionale per istituire il presente come tempo comune tra pubblico e personaggio-attore.
La tradizione ha un peso fondamentale nella cucina del Giappone, e, come avviene nel resto del mondo, ha strettissimi legami con la storia oltre che con il clima, la natura, la geografia del Paese.
La terra dell’arcipelago giapponese è fertile, tre quarti del territorio sono montagnosi e coperti da foreste; il clima di alcune zone, umido e caldo, aiuta la crescita spontanea d’innumerevoli vegetali commestibili (radici, verdure, frutta, bacche, semi, noci) mentre il restante terreno di pianura è occupato oggi da grandi città, ma è anche coltivato in ogni sua minima parte rimasta libera da abitazioni.
I mari che circondano il Giappone offrono da millenni una ricca varietà di pesci, molluschi e alghe, mentre i boschi hanno fornito volatili e cacciagione alla dieta degli abitanti delle zone più impervie dell’interno.
Il popolo giapponese si ciba praticamente di tutto ciò che è commestibile e nutriente. Questa apertura mentale verso ogni novità ha fatto in modo che nei secoli la cucina nipponica si sia arricchita di apporti esterni, dalla Cina come dalla Corea e dall’Occidente; tant’è vero che oggi vengono considerati tipici del Giappone alcuni piatti che hanno origine straniera. Citiamo, ad esempio, la ben nota tenpura, l’aerea leggerissima frittura ispirata a precetti quaresimali introdotti dai portoghesi nella seconda metà del 1500, e la pasta di grano saraceno simile a spaghetti (soba) o i vermicelli di farina di frumento (udon) che hanno la loro primitiva, antichissima origine, in Cina.
Gli scrittori stranieri “folgorati” dalla cucina del Sol Levante sono innumerevoli, dal nostro grande Fosco Maraini che ne ha descritto il fascino in Ore giapponesi, a Roland Barthes, Italo Calvino e Goffredo Parise.
Mentre nelle opere più antiche della letteratura nipponica il cibo è citato soprattutto come offerta rituale agli dei e nei classici l’argomento era addirittura considerato piuttosto volgare (il Genji monogatari di Murasaki Shikibu e le Note del guanciale di Sei Sho-nagon citano appena l’alimentazione mentre le libagioni negli innumerevoli trattenimenti sono più volte estesamente descritte), al contrario nei secoli recenti la carnale passione dei giapponesi per i piaceri fisici ed estetici della tavola è stata espressa da molti scrittori.
“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina” afferma la protagonista del noto romanzo di Yoshimoto Banana, Kitchen, che giunge persino a dormirvi, sdraiata ai piedi del frigorifero. Questa stanza rappresenta per lei un caldo rifugio nel quale trovare sicurezza e conforto di fronte alle prove cui la vita sottoporrà la sua difficile adolescenza.
Nel suo Libro d’ombra Tanizaki Jun’ichiro- dedica al cibo un brano in cui afferma di preferire il legno laccato alla fredda porcellana: perché quando sorbisce un brodo ama sollevare il coperchio di una ciotola di legno, contemplarne per un istante il contenuto e, prima che questo tocchi il palato, averne un vago presentimento attraverso il vaporoso aroma. Un’emozione profonda, intima, quasi mistica, forse un pizzico di zen.
Mangiare e bere sono il nutrimento della vita. Mangia cibo semplice. La carne dovrebbe essere consumata in piccole quantità. Scegli alimenti che nutrano il corpo.
Smetti di mangiare prima che il tuo appetito sia del tutto soddisfatto.
Cinque cose da tenere a mente quando ci si nutre:
1. pensa a chi ti dà il cibo
2. pensa alle fatiche di chi l’ha prodotto
3. ricorda che sei fortunato a godere di un buon pasto senza avere fatto nulla per meritarlo
4. ricorda che ci sono tanti esseri umani ben più poveri di te
5. pensa ai tempi antichi in cui gli uomini mangiavano frutta, radici e semi senza conoscere la cottura.
Astieniti dal mangiare troppo. Sii moderato nel cibo e nelle bevande.”
Così prescriveva nel 1713 lo Yojokun, un trattato in cui venivano formulate regole di vita per una buona salute fisica e spirituale.
L’arte della cucina è da secoli tenuta in grande considerazione in Giappone e ha collegamenti anche inattesi con molti aspetti della vita dei suoi abitanti.
Chiunque sia stato in Giappone avrà apprezzato l’estrema eleganza e la squisita delicatezza dei piatti anche più semplici. La cucina giapponese è la più “spirituale” del mondo: regola vuole che gli ingredienti mantengano la propria natura, il colore, la consistenza, che i colori del vasellame armonizzino con il cibo e con la stagione del momento, che i sapori siano leggeri ma non insipidi, che non vi sia ostentazione ma che ogni cosa sia perfetta nella sua austera, raffinata semplicità.
L’estetica dell’ospitalità giapponese è essenzialmente rappresentata dalla cucina kaiseki, che di solito viene servita prima della cerimonia del tè e nella quale si raggiungono vette di delicata, “povera” eleganza. Essa ha origine dall’elaborato pasto formale delle classi dominanti e dal cibo vegetariano dei monasteri Zen. Takeno Joo, un grande maestro del tè, nel 1500 raccomandava che durante il kaiseki non si servisse più di una zuppa e tre piatti (ichiju sansai) e questa regola fondamentale ha improntato l’arte della cucina fino ai nostri giorni. L’abbondanza è bandita: lo scopo del pranzo non è quello di riempirsi, ma di godere insieme agli ospiti del piacere della reciproca compagnia, in armoniosa pace e tranquillità.
L’influenza dello Zen è impalpabile ma forte: aeree composizioni vegetali ornano rustici piatti di ceramica e leggere ciotole di legno laccato, poste su bassi tavolini, creano sottili contrasti di rosso e di nero; i freschi colori dei vegetali armonizzano con il contenitore in cui sono deposti, il tavolino-vassoio si presenta come un quadro.
Il KENDAMA è un gioco tradizionale giapponese, basato sul gioco francese bilboquet (tazza e palla).
Il Bilboquet è stato uno dei primi giochi, a metà strada tra un passatempo e un giocattolo, apparsi tra la fine del sedicesimo e gli inizi del diciassettesimo in Europa, molto in voga nelle corti dell’epoca come gioco di abilità cui dilettarsi dopo un pranzo o una cena, in particolare in Francia e in Inghilterra (dove veniva chiamato bilbocatch).
Originariamente il Bilboquet era composto da una coppa e una palla, di solito in legno, per poi evolversi in una palla, con un buco al suo interno, legata con un filo alla coppa; l’abilità stava nel riporre la palla all’interno della coppa facendola roteare in aria.
Questo gioco arrivò in Giappone e divenne famoso tra la popolazione giapponese durante il periodo Meiji (1868-1912) come kendama, da ken (spada) e tama (palla), quando l’allora ministro dell’Istruzione lo introdusse nelle scuole come parte dell’educazione, fisica e mentale, dei bambini.
È stato nel 1918 durante il periodo di Taisho, tuttavia, che sono state aggiunte due ulteriori coppe laterali da Egusa Hamaji, originario di Kure nella prefettura di Hiroshima, per ridisegnare ciò che l’inventore chiamò Nichigatsu Ball ("palla del sole e della luna" poiché la palla ricordava il sole mentre la stecca richiamava l’immagine di una luna crescente).
Diventato famoso al pubblico italiano grazie alla nota serie tv di animazione “Yattaman”, il kendama conta oggi in numerose associazioni sparse in tutto il mondo, concentrate principalmente in Giappone, negli stati Uniti e nel regno Unito.
Sono molto frequenti, anche fuori dal Giappone, tornei di kendama dove conta la destrezza e la difficoltà dell'esecuzione del partecipante.
Arma derivata da uno strumento agricolo usato nella sua forma originaria dai contadini del No di Edo sotto il monte Agaki, il KUSARIGAMA è composto da un falcetto o roncola chiamato kusari e da una catena, kama, di alcuni metri, alla cui estremità è fissata una palla metallica bugnata.
L’impiego come arma era noto già dall’antichità, ma dal XV secolo fu consolidato l’utilizzo di una forma modificata, con l’aggiunta ad un estremità del manico in legno della lunga catena con il peso di piombo esterno, assente in principio. La lama divenne a due tagli per incrementarne la capacità offensiva, oltre che difensiva.
L’utilizzo di tale arma è molteplice: la lama a doppio taglio può essere usata di taglio o di punta, quindi sia per tagliare sia per stoccare; il manico e il peso sono invece un eccellenze mezzo per stordire l’avversario anche a distanza; la catena, infine, data anche la sua lunghezza, si rivela utile per bloccare o sbilanciare. Tale varietà di utilizzo poteva essere efficace contro qualsiasi altra arma ma, per ovvi motivi, il kusarigama rimase sempre un’arma individuale, estranea alla dotazione degli eserciti, mentre risulta nell’equipaggiamento dei ninja.
Il SAKAZUKI è il bicchiere delle occasioni speciali, usato per bere il sake, il vino di riso tipico del Giappone. E’ un oggetto tipico della cultura del sol levante, sempre con un elevato pregio artistico. La tazza è di legno, di forma circolare o ovale, con una piccola base cilindrica, rifinita con lacca di color rosso e arricchita con decorazioni in lacca, oro e argento, più raramente con intarsi di madreperla. Queste tazze po
ssono essere singole, o riunite in serie di tre, cinque o sette pezzi, il più delle volte di dimensioni diverse fra loro, ma tutte con lo stesso motivo decorativo.
Realizzato per uso cerimoniale, il sakazuki era ed è ampiamente usato nelle occasioni pubbliche più comuni, per esempio, nel rito di matrimonio di tipo schintoista, dove la sposa indossa lo shiromoku e lo sposo un kimono con haori. I due sposi pronunciano i loro voti, sorseggiano il sake per tre volte da una di queste tazze e in seguito si scambiano gli anelli. Gli invitati brindano alla loro salute e, bevendo sake, vengono presentati dai padri degli sposi. Molte altre cerimonie, ancora oggi, vengono suggellate con un bicchiere di sake: la costruzione di una nuova casa, una vittoria elettorale, un successo aziendale e cosi via.
In Giappone, sin dall’antichità, il bere sake ebbe uso e significato cerimoniale, per questa ragione i recipienti usati nella cerimonia erano pregiati artisticamente, usualmente in legno laccato; in origine il sake era una bevanda riservata esclusivamente alla corte imperiale, per poi estendersi a tutta la popolazione, passando dai templi e dai santuari di tutta la nazione. Bere in compagnia era un passatempo diffuso e comune a tutti gli appartenenti a una qualunque classe sociale. Queste coppe per bere il sake hanno pareti sottilissime e una curvatura ben studiata; sono frutto di una tecnica di lavorazione raffinata e peculiare, dove numerosi pezzi di legno, ben stagionati e provenienti da tagli diversi, di testa e di filo, erano incollati a formare un blocco compatto. Da questo, usando il tornio, veniva realizzata la coppa. La perfetta curvatura del recipiente e la prevenzione delle crepature e delle fessure erano permesse dal metodo di creazione del blocco da tornire, costituito da un numero elevato di piccoli pezzi di legno ben stagionati e accuratamente incollati. La tazza tornita veniva poi ben levigata e stagionata. Solo dopo questo lungo processo poteva arrivare nelle mani del laccatore e successivamente del decoratore.
SAILOR FUKU, che per ragioni eufoniche i giapponesi pronunciano “sêrâ fuku”, significa «abito alla marinara». Originariamente indicava l’uniforme indossata dai marinai, ma ai nostri giorni richiama subito alla mente la divisa scolastica delle giovani studentesse nipponiche. Probabilmente in nessun altro paese al mondo la sailor fuku è indossata ed amata da così tante persone come in Giappone,
caricandosi negli ultimi decenni di altri significati amplificati e veicolati dai contenuti proposti in numerosi manga, anime e sceneggiati televisivi e dalle gesta delle loro protagoniste. L’immagine della divisa legata alle giovani studentesse ha assunto spesso valenze allusive, ambigue o trasgressive entrate a far parte di un certo immaginario collettivo all’interno della subcultura giapponese.
Ma per capire come è approdata nelle scuole giapponesi, scostiamo per un attimo l’immagine della divisa scolastica moderna e ripercorriamo velocemente la storia dell’abito “alla marinara”, che ci porta nell’Inghilterra del 1628, anno in cui per la prima volta fu introdotta come uniforme nella Royal Navy, la flotta navale inglese. Ridisegnata nel 1857 questa divisa fu poi adottata dalle Marine Militari di altri Paesi. Anche il Giappone la introdusse dal 1872 ed è ancora oggi in uso tra le Forze di Autodifesa Marittima. Alla fine del 18° secolo l’abito, portato dai giovani allievi della Scuola della Marina Militare inglese, si diffuse e divenne l’abbigliamento più comune tra i giovani; dalla fine del 19° secolo fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale le studentesse di molte scuole europee indossarono quest’abito, stilisticamente originale e grazioso ma differente da quello che vediamo oggi in Giappone.
Il Giappone con
L’uniforme scolastica femminile, prescritta per la prima volta nel 1875 nella scuola Tôkyô joshi shihan gakkō (oggi Ochanomizu University) era costituita da un hakama* di color indaco e giallo chiaro con la spilla recante lo stemma della scuola(kōshō). La cosa però non fu recepita favorevolmente perché in quel periodo erano i maschi a dover indossare gli hakama.
E’ ancora aperto il dibattito su quale fu la scuola ad introdurre la prima vera sailor fuku: già nel 1905 l’insegnante di educazione fisica Akuri Inokuchi in un istituto superiore femminile propose un modello che fosse confortevole per le sue lezioni, composto da una blusa con colletto alla marinara e da lunghi bloomers con pieghe. L’abito non si diffuse perché esisteva ancora un forte legame con lo stile tradizionale, però fu sicuramente il primo bloomers (pronuncia giapponese burumâ) presentato in Giappone e, secondo i punti di vista, anche il primo prototipo di sailor fuku.
Il cambiamento stilistico avvenne nel 1920 nell’attuale Heian Jogakuin (Istituto femminile Heian) di Kyōto: dal precedente tradizionale kimono con chōchin hakama (pantaloni “a lanterna”) si passò all’indumento unico in stile occidentale di colore scuro con sailor eri (colletto alla marinara) e un cappello rigido rosso.
Lo stesso stile venne ripreso nel 1922 presso il Fukuoka Jogakuin (Istituto femminile di Fukuoka): Elizabeth Lee, giovane preside dell’istituto, ridisegnò l’abito ispirandosi a quello da lei indossato sui banchi di scuola con l’intento di renderlo più comodo e consono alle lezioni di ginnastica. Il completo in due pezzi, formato dalla blusa con collare alla “sailor”, foulard e cappello rossi e dalla gonna con pieghe si diffuse rapidamente nelle scuole del Paese ed è molto simile a quello in uso oggi.
Negli anni in cui nello stile di vita avanzava inesorabilmente l’impronta occidentale, il sailor fuku moderno ben presto divenne il simbolo dell’elite studentesca femminile, connubbio oggi indissolubile. L’industria di confezionamento su grande scala ancora non era strutturata; erano le sartorie nei pressi delle scuole che lo confezionavano su richiesta, oppure le stesse studentesse delle classi superiori che lo realizzavano per le più giovani durante le lezioni di yōsai (taglio e cucito all’occidentale).
Dopo la sconfitta riportata nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, anno della promulgazione della Costituzione post bellica, con l’istituzione del nuovo sistema scolastico, la maggior parte degli istituti privati, seguiti poi dalle scuole medie e superiori statali, richiese ai propri studenti d’indossare le divise secondo precise regole.
SAINT SEIYA
Toei Doga – avventura – 114 episodi – 1986-1989. Prima stagione episodi 1-73 Seconda episodi 74-96 Terza episodi 97-114
Storia originale tratta dal fumetti di Masami Kurumada
Regia Morishita Kozo, Arehi Masayuki, Katsumata Tomoharu
Scenografie Koyama Takaota Charcter design Araki Shingo, Himineo Michi
Direzione del doppiaggio Ivo De Palma
Pegasus Ivo De Palma; Sirio Marco Balzarotti; Crystal Luigi Rosa; Andromeda Andrea De Nisco; Phoenix Tony Fuochi; Lady Isabel Nadia Cericola
Prima trasmissione italiana Odeon TV, 1990
Nota: la scheda non contempla la quarta serie prodotta, Hades Chapter, relativa all’ultima parte del manga, ancora in corso di doppiaggio in Italia (addì 2009), né i cinque OAV prodotti.
Addestrati alle arti del combattimento, una schiera di mistici guerrieri dedica la vita e le energie alla protezione di LADY ISABEL, la reincarnazione contemporanea della dea ATHENA. Fra tornei destinati a scegliere il guerriero degno di indossare la dorata armatura del SAGITTARIO e misteriosi eventi legati al pantheon mitologico dell’antica Grecia, i quattro protagonisti, ovvero i giovani cavalieri PEGASUS, SIRIO, CRYSTAL e ANDROMEDA (cui si aggiunge frequentemente PHOENIX, fratello maggiore di ANDROMEDA), superano numerose prove e terribili combattimenti, che provocano in loro dolorose ferite e, a volte, vere e proprie mutilazioni; il tutto volto alla propria maturazione di uomini e guerrieri e alla protezione di ISABEL, che più volte corre gravi pericoli legati alle dinamiche di potere degli dei. Le tre stagioni TV dedicate ai CAVALIERI vedono infatti di volta in volta il pericolo aver origine dal guerriero che incarna l’abivalente segno zodiacale dei GEMELLI, dalla terra di Asgard dove vivono le divinità dell’Europa del Nord e dal dio del mare, NETTUNO.
L’elemento che costituisce la peculiarità maggiore delle serie animate dedicate ai CAVALIERI DELLO ZODIACO è l’ampia opera di sincretismo culturale messa in atto da Kurumada Masami (autore del fumetto da cui sono tratti gli anime), che ha abilmente miscelato temi e suggestioni delle più diverse provenienze. La linea narrativa portante si dipana invece su un unico binario molto semplice e ben riconoscibile, quello del superamento di una serie di prove in vista di un traguardo finale che consiste, in prima battuta, nel raggiungimento di un obiettivo circoscritto, sebbene dotato di grande importanza, ma in ultima analisi in un avanzamento interiore e spirituale che, nella miglior tradizione dei romanzi di “formazione”, è l’obiettivo che veramente conta. Tutte le serie dei Cavalieri sono in altri termini basate sulla “ricerca”, tema molto caro a certa narrativa sia occidentale sia giapponese. Raramente come in questo caso, tuttavia, il parallelismo fra crescita interiore e ricerca esteriore è così marcato, tanto che trova la sua definitiva sanzione nei concetti di cosmo, di settimo senso e, più avanti, anche di ottavo senso: fonte energetica interiore e inesauribile il primo, percezioni extrasensoriali e quasi divine i secondi, sono le parti migliori dei CAVALIERI, nascoste in fondo al loro animo e, esse solo, in grado di sconfiggere i nemici più potenti e malvagi. Le armature assumono quindi il ruolo di simulacri esteriori (ed estetici) che manifestano, ma non costituiscono, la vera forza dei CAVALIERI.
Singolare è inoltre il fatto che sul personaggi principale della serie, PEGASUS (ovvero SAINT SEIYA), si concentrino gli eventi e le situazioni esteriormente più importanti (duelli, sfide, provocazioni), il cui valore come strumenti di maturazione e percorso personale è decisamente più nascosto rispetto a quello che assume nei coprotagonisti. Diverso è invece il discorso per SIRIO, chiaramente il CAVALIERE destinato alla maturazione interiore più evidente, che compie il percorso iniziatico più doloroso (ad esempio con la perdita della vista, evento che gli occorre non una, ma ben due volte); per PHOENIX, la cui posizione morale di stallo fra il Bene e il Male lo rende un personaggio ambiguo; per ANDROMEDA, fratello di PHOENIX, che proprio nell’affetto per il fratello trova la sua forza e la sua debolezza; per CRYSTAL, ossessivamente legato al ricordo della madre il cui cadavere giace in fondo al mare, a bordo di una nave affondata anni prima.
Sempre per quanto riguarda i cinque protagonisti, è evidente come sia nell’aspetto fisico, sia nei comportamenti, emergano alcune stereotipie – quelle dell’action team – che contribuiscono a loro volta all’alta riconoscibilità, gradita al pubblico. Se infatti PEGASUS, in quanto personaggio principale, assume la fisionomia del personaggio “classico” (media statura e carattere impulsivo), anche i comprimari non sono da meno: SIRIO, lo stratega maturo, dallo sguardo “adulto”; CRYSTAL, il “nordico”, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri; ANDROMEDA, il più giovane, portatore di una certa ambiguità sessuale; PHOENIX, il cinico, robusto e sprezzante.
A livello filmico e registico, possiamo rilevare un abbondante uso di inquadrature “a effetto” e di intense luminosità, elementi che concorrono a raffigurare i momenti fondamentali di ogni puntata, e cioè l’uso dei “colpi speciali” adottati in combattimento. Ciascun CAVALIERE può infatti contare su una speciale tecnica di combattimento che trova la sua massima espressione in uno special shot, una summa di tutte le abilità fisiche e mentali di chi lo produce. I combattenti sono ripetutamente inquadrati in pose cool realizzate con prospettive ardite, piani inclinati, sovrapposizione di elementi figurativi (stelle, nebulose, distese ghiacciate) e, soprattutto, ampi fasci luminosi e colorati che scorrono da un lato all’altro dello schermo inquadrando ben poco di ciò che effettivamente avviene fra i contendenti, ma limitandosi a generare un caleidoscopio lucente e, poi, a inquadrare gli effetti del colpo lanciato.
L’impatto di questa serie sul pubblico italiano fu “devastante”. Le battaglie attiravano l’attenzione dei ragazzi, che si identificavano nei protagonisti (ciascuno secondo la propria natura psicologica), mentre la presenza di questi stessi protagonisti, diversi nelle fattezze e nel carattere, ma ognuno ricco di fascino e mistero, “irretiva” il giovane pubblico femminile. Il character desing di Araki Shingo contribuiva anch’esso a rendere attraenti non solo i cinque protagonisti principali, ma anche i numerosi comprimari, dai GUERRIERI D’ARGENTO ai CAVALIERI D’ORO.
Bontà e malvagità, incarnate in maestosi guerrieri che vestono scintillanti armature, sono entrambe attraenti in quanto si manifestano attraverso personaggi affascinanti, in cui le caratteristiche fisiche tipicamente maschili vengono addolcite e pertanto rese più appetibili dal loro aspetto statuario e dalla loro sostanziale non appartenenza al tradizionale consorzio umano: figure ideali, principi azzurri da sognare. Una forma di passione duratura e lontana dalla natura effimera delle consuete mode divistiche, difficilmente eguagliabile.
da Mazinga nostalgia. Storia, valori linguaggi della Goldrake-generation di Marco Pellitteri
In origine l’ideogramma di INVERNO raffigurava e indicava una corda, messa a ferro di cavallo con due nodi alle estremità e indicava "la fine". Successivamente ha cambiato significato, evolvendosi anche nella forma grafica, ed ora vuol dire "inverno".
La ragione del cambiamento potrebbe ritrovarsi nel fatto che i due nodi potevano sembrare fiocchi di neve, o più semplicemente che l'inverno era la fine di un ciclo stagionale di maturazione, il momento del riposo e del sonno, l'attesa che, nella rotazione continua delle mutazioni, precede la rinascita.
Nessuno ha mai amato l’inverno come lo scrittore YASUNARI KAWABATA.
Per lui l’inverno non era una semplice stagione, ma una dimensione da cui traeva grande ispirazione e dalla cui bellezza era molto affascinato. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura disse che era giunta una gru da un paese del nord, paragonando la gru al premio. Molte gru (uccelli beneauguranti, simboli del Giappone) giungono ogni anno dai paesi del nord. Ma il premio, quell’unica gru, aveva preceduto tutte le altre, ed era giunta proprio per lui, così schivo e così convinto che in Giappone vi fossero molti altri bravi scrittori. E quasi a scusarsi per il fatto che quella gru fosse arrivata solo per lui, disse che ciò era successo a causa del suo romanzo YUKIGUNI (Il paese delle nevi), scritto da lui, ma che molti altri scrittori avrebbero potuto scrivere. Amò molto questo romanzo, al punto che nel 1972, due mesi prima del suicidio, aveva cominciato a trascriverlo con il MOOHITSU (il pennello tradizionale giapponese).
Non nacque in inverno, né in una città del nord del Giappone, ma la sua infanzia e la sua gioventù furono come passare attraverso un lungo inverno. Suo padre morì quando aveva due anni, l’anno dopo perse la madre, a dieci anni la sorella, poi a quindici il nonno, che l’aveva cresciuto. Fu allora che divenne veramente orfano. Così descrisse il nonno: “durante la vita non riuscì a fare nulla di grande, passò da un insuccesso all’altro. Chissà come fu difficile per lui. Lo ringraziava per aver vissuto fino a settantacinque anni, sopportando tutte le difficoltà. Perse tutti i figli e molti nipoti, non gli rimasero che pochi amici con cui parlare. Diventò quasi cieco e sordo. La sua fu “vera solitudine”.
Contrariamente al, nonno Kawabata ebbe la fama e il successo da giovane.
Scrisse: “Ciò che è rimasto inciso nella mia mente più di ogni altra cosa è la luna d’inverno, che guardavo durante la guerra. Con le luci delle case spente, l’unica fonte luminosa era la luna pallida d’inverno, affacciata su una valle immersa nel silenzio e nel sonno. Mi ha fatto pensare profondamente alla tradizione giapponese, da salvare, perché andava perdendosi”. Spinto alla ricerca delle bellezze limpide prodotte dal suo popolo, cominciò a collezionare opere d’arte, come l’haiku e il dipinto di Kobayashi Issa:
Utsukushiya
toshi kurekitta
yorunosora
Com’è bello il cielo nella notte di fine anno.
Così disse Kawabata: “E’ una poesia scritta ai piedi di una montagna. Immagino il cielo del pieno inverno, limpido, gelido, colmo di stella che brillano! Tanta naturale bellezza in una espressione semplice e comune: “com’è bello”, per creare una composizione di bellezza semplice e suprema.
Sensazioni che condivido pienamente: ricordo di essermi commossa in una notte d’inverno a Fukui.”
nella tradizione giapponese un animale piuttosto malizioso e comunque inutile, in questo caso, invece, la civetta di paglia è considerata di buon auspicio.
Questo giocattolo è fatto utilizzando il susuki, la versione giapponese della cosiddetta “piuma delle pampe” (cortaderia argentea). La civetta è animale associato all'inverno, come il falcone (taka) e le oche selvatiche (kamo). Questo oggetto, la cui produzione è tipica della città di Tokyo, viene venduto soprattutto durante le cerimonie autunnali in onore di Kishimojin / Kishibojin, Hariti in sanscrito. Dea buddista che protegge i bambini, è invocata come divinità che favorisce la fertilità femminile e garantisce parti sicuri.
Nella tradizione sanscrita, Hariti era un demone femminile che aveva moltissimi figli. Hariti amava questi figli alla follia e per nutrirli, uccideva i figli delle altre madri. Costoro allora si rivolsero al Buddha Shakyamuni per lamentarsi di questi orrendi delitti e per chiedere al Buddha “storico” di salvare i loro figli. Shakyamuni allora sottrasse a Hariti il suo figlio più giovane e lo nascose sotto alla sua ciotola di riso. Hariti in preda alla disperazione cercò il figlio ovunque, ma senza successo, poi sconvolta si rivolse a Shakyamuni chiedendogli il suo aiuto. Fu allora che il Buddha le ricordò che la sua sofferenza era legata alla perdita di un solo figlio e da questa esperienza poteva forse comprendere la sofferenza di tutte le madri alle quali Hariti aveva divorato migliaia di bambini. Pentita, il demone giurò che non avrebbe più fatto soffrire le madri, anzi sarebbe divenuta loro protettrice e dei loro bambini. La festa del demone Hariti, poi convertita in dea protettrice delle madri e dei bambini, è celebrata a Tokyo (Toshima-ku Zoushigaya) il 17 di ottobre ed è in quella occasione che vengono vendute queste civette dalle orecchie rosse. Il legame fra la civetta di paglia e il demone-donna Hariti è narrato in un racconto popolare: la dea Kishibojin, invocata da una figlia che pregava per la guarigione della madre, consigliò alla fanciulla di costruire delle civette di paglia e di venderle. La ragazza obbedì, costruì le civette e le vendite furono così buone che riuscì ad acquistare le medicine per la madre e ne ottenne la guarigione.