Arma derivata da uno strumento agricolo usato nella sua forma originaria dai contadini del No di Edo sotto il monte Agaki, il KUSARIGAMA è composto da un falcetto o roncola chiamato kusari e da una catena, kama, di alcuni metri, alla cui estremità è fissata una palla metallica bugnata.
L’impiego come arma era noto già dall’antichità, ma dal XV secolo fu consolidato l’utilizzo di una forma modificata, con l’aggiunta ad un estremità del manico in legno della lunga catena con il peso di piombo esterno, assente in principio. La lama divenne a due tagli per incrementarne la capacità offensiva, oltre che difensiva.
L’utilizzo di tale arma è molteplice: la lama a doppio taglio può essere usata di taglio o di punta, quindi sia per tagliare sia per stoccare; il manico e il peso sono invece un eccellenze mezzo per stordire l’avversario anche a distanza; la catena, infine, data anche la sua lunghezza, si rivela utile per bloccare o sbilanciare. Tale varietà di utilizzo poteva essere efficace contro qualsiasi altra arma ma, per ovvi motivi, il kusarigama rimase sempre un’arma individuale, estranea alla dotazione degli eserciti, mentre risulta nell’equipaggiamento dei ninja.
Il SAKAZUKI è il bicchiere delle occasioni speciali, usato per bere il sake, il vino di riso tipico del Giappone. E’ un oggetto tipico della cultura del sol levante, sempre con un elevato pregio artistico. La tazza è di legno, di forma circolare o ovale, con una piccola base cilindrica, rifinita con lacca di color rosso e arricchita con decorazioni in lacca, oro e argento, più raramente con intarsi di madreperla. Queste tazze po
ssono essere singole, o riunite in serie di tre, cinque o sette pezzi, il più delle volte di dimensioni diverse fra loro, ma tutte con lo stesso motivo decorativo.
Realizzato per uso cerimoniale, il sakazuki era ed è ampiamente usato nelle occasioni pubbliche più comuni, per esempio, nel rito di matrimonio di tipo schintoista, dove la sposa indossa lo shiromoku e lo sposo un kimono con haori. I due sposi pronunciano i loro voti, sorseggiano il sake per tre volte da una di queste tazze e in seguito si scambiano gli anelli. Gli invitati brindano alla loro salute e, bevendo sake, vengono presentati dai padri degli sposi. Molte altre cerimonie, ancora oggi, vengono suggellate con un bicchiere di sake: la costruzione di una nuova casa, una vittoria elettorale, un successo aziendale e cosi via.
In Giappone, sin dall’antichità, il bere sake ebbe uso e significato cerimoniale, per questa ragione i recipienti usati nella cerimonia erano pregiati artisticamente, usualmente in legno laccato; in origine il sake era una bevanda riservata esclusivamente alla corte imperiale, per poi estendersi a tutta la popolazione, passando dai templi e dai santuari di tutta la nazione. Bere in compagnia era un passatempo diffuso e comune a tutti gli appartenenti a una qualunque classe sociale. Queste coppe per bere il sake hanno pareti sottilissime e una curvatura ben studiata; sono frutto di una tecnica di lavorazione raffinata e peculiare, dove numerosi pezzi di legno, ben stagionati e provenienti da tagli diversi, di testa e di filo, erano incollati a formare un blocco compatto. Da questo, usando il tornio, veniva realizzata la coppa. La perfetta curvatura del recipiente e la prevenzione delle crepature e delle fessure erano permesse dal metodo di creazione del blocco da tornire, costituito da un numero elevato di piccoli pezzi di legno ben stagionati e accuratamente incollati. La tazza tornita veniva poi ben levigata e stagionata. Solo dopo questo lungo processo poteva arrivare nelle mani del laccatore e successivamente del decoratore.
SAILOR FUKU, che per ragioni eufoniche i giapponesi pronunciano “sêrâ fuku”, significa «abito alla marinara». Originariamente indicava l’uniforme indossata dai marinai, ma ai nostri giorni richiama subito alla mente la divisa scolastica delle giovani studentesse nipponiche. Probabilmente in nessun altro paese al mondo la sailor fuku è indossata ed amata da così tante persone come in Giappone,
caricandosi negli ultimi decenni di altri significati amplificati e veicolati dai contenuti proposti in numerosi manga, anime e sceneggiati televisivi e dalle gesta delle loro protagoniste. L’immagine della divisa legata alle giovani studentesse ha assunto spesso valenze allusive, ambigue o trasgressive entrate a far parte di un certo immaginario collettivo all’interno della subcultura giapponese.
Ma per capire come è approdata nelle scuole giapponesi, scostiamo per un attimo l’immagine della divisa scolastica moderna e ripercorriamo velocemente la storia dell’abito “alla marinara”, che ci porta nell’Inghilterra del 1628, anno in cui per la prima volta fu introdotta come uniforme nella Royal Navy, la flotta navale inglese. Ridisegnata nel 1857 questa divisa fu poi adottata dalle Marine Militari di altri Paesi. Anche il Giappone la introdusse dal 1872 ed è ancora oggi in uso tra le Forze di Autodifesa Marittima. Alla fine del 18° secolo l’abito, portato dai giovani allievi della Scuola della Marina Militare inglese, si diffuse e divenne l’abbigliamento più comune tra i giovani; dalla fine del 19° secolo fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale le studentesse di molte scuole europee indossarono quest’abito, stilisticamente originale e grazioso ma differente da quello che vediamo oggi in Giappone.
Il Giappone con
L’uniforme scolastica femminile, prescritta per la prima volta nel 1875 nella scuola Tôkyô joshi shihan gakkō (oggi Ochanomizu University) era costituita da un hakama* di color indaco e giallo chiaro con la spilla recante lo stemma della scuola(kōshō). La cosa però non fu recepita favorevolmente perché in quel periodo erano i maschi a dover indossare gli hakama.
E’ ancora aperto il dibattito su quale fu la scuola ad introdurre la prima vera sailor fuku: già nel 1905 l’insegnante di educazione fisica Akuri Inokuchi in un istituto superiore femminile propose un modello che fosse confortevole per le sue lezioni, composto da una blusa con colletto alla marinara e da lunghi bloomers con pieghe. L’abito non si diffuse perché esisteva ancora un forte legame con lo stile tradizionale, però fu sicuramente il primo bloomers (pronuncia giapponese burumâ) presentato in Giappone e, secondo i punti di vista, anche il primo prototipo di sailor fuku.
Il cambiamento stilistico avvenne nel 1920 nell’attuale Heian Jogakuin (Istituto femminile Heian) di Kyōto: dal precedente tradizionale kimono con chōchin hakama (pantaloni “a lanterna”) si passò all’indumento unico in stile occidentale di colore scuro con sailor eri (colletto alla marinara) e un cappello rigido rosso.
Lo stesso stile venne ripreso nel 1922 presso il Fukuoka Jogakuin (Istituto femminile di Fukuoka): Elizabeth Lee, giovane preside dell’istituto, ridisegnò l’abito ispirandosi a quello da lei indossato sui banchi di scuola con l’intento di renderlo più comodo e consono alle lezioni di ginnastica. Il completo in due pezzi, formato dalla blusa con collare alla “sailor”, foulard e cappello rossi e dalla gonna con pieghe si diffuse rapidamente nelle scuole del Paese ed è molto simile a quello in uso oggi.
Negli anni in cui nello stile di vita avanzava inesorabilmente l’impronta occidentale, il sailor fuku moderno ben presto divenne il simbolo dell’elite studentesca femminile, connubbio oggi indissolubile. L’industria di confezionamento su grande scala ancora non era strutturata; erano le sartorie nei pressi delle scuole che lo confezionavano su richiesta, oppure le stesse studentesse delle classi superiori che lo realizzavano per le più giovani durante le lezioni di yōsai (taglio e cucito all’occidentale).
Dopo la sconfitta riportata nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, anno della promulgazione della Costituzione post bellica, con l’istituzione del nuovo sistema scolastico, la maggior parte degli istituti privati, seguiti poi dalle scuole medie e superiori statali, richiese ai propri studenti d’indossare le divise secondo precise regole.
SAINT SEIYA
Toei Doga – avventura – 114 episodi – 1986-1989. Prima stagione episodi 1-73 Seconda episodi 74-96 Terza episodi 97-114
Storia originale tratta dal fumetti di Masami Kurumada
Regia Morishita Kozo, Arehi Masayuki, Katsumata Tomoharu
Scenografie Koyama Takaota Charcter design Araki Shingo, Himineo Michi
Direzione del doppiaggio Ivo De Palma
Pegasus Ivo De Palma; Sirio Marco Balzarotti; Crystal Luigi Rosa; Andromeda Andrea De Nisco; Phoenix Tony Fuochi; Lady Isabel Nadia Cericola
Prima trasmissione italiana Odeon TV, 1990
Nota: la scheda non contempla la quarta serie prodotta, Hades Chapter, relativa all’ultima parte del manga, ancora in corso di doppiaggio in Italia (addì 2009), né i cinque OAV prodotti.
Addestrati alle arti del combattimento, una schiera di mistici guerrieri dedica la vita e le energie alla protezione di LADY ISABEL, la reincarnazione contemporanea della dea ATHENA. Fra tornei destinati a scegliere il guerriero degno di indossare la dorata armatura del SAGITTARIO e misteriosi eventi legati al pantheon mitologico dell’antica Grecia, i quattro protagonisti, ovvero i giovani cavalieri PEGASUS, SIRIO, CRYSTAL e ANDROMEDA (cui si aggiunge frequentemente PHOENIX, fratello maggiore di ANDROMEDA), superano numerose prove e terribili combattimenti, che provocano in loro dolorose ferite e, a volte, vere e proprie mutilazioni; il tutto volto alla propria maturazione di uomini e guerrieri e alla protezione di ISABEL, che più volte corre gravi pericoli legati alle dinamiche di potere degli dei. Le tre stagioni TV dedicate ai CAVALIERI vedono infatti di volta in volta il pericolo aver origine dal guerriero che incarna l’abivalente segno zodiacale dei GEMELLI, dalla terra di Asgard dove vivono le divinità dell’Europa del Nord e dal dio del mare, NETTUNO.
L’elemento che costituisce la peculiarità maggiore delle serie animate dedicate ai CAVALIERI DELLO ZODIACO è l’ampia opera di sincretismo culturale messa in atto da Kurumada Masami (autore del fumetto da cui sono tratti gli anime), che ha abilmente miscelato temi e suggestioni delle più diverse provenienze. La linea narrativa portante si dipana invece su un unico binario molto semplice e ben riconoscibile, quello del superamento di una serie di prove in vista di un traguardo finale che consiste, in prima battuta, nel raggiungimento di un obiettivo circoscritto, sebbene dotato di grande importanza, ma in ultima analisi in un avanzamento interiore e spirituale che, nella miglior tradizione dei romanzi di “formazione”, è l’obiettivo che veramente conta. Tutte le serie dei Cavalieri sono in altri termini basate sulla “ricerca”, tema molto caro a certa narrativa sia occidentale sia giapponese. Raramente come in questo caso, tuttavia, il parallelismo fra crescita interiore e ricerca esteriore è così marcato, tanto che trova la sua definitiva sanzione nei concetti di cosmo, di settimo senso e, più avanti, anche di ottavo senso: fonte energetica interiore e inesauribile il primo, percezioni extrasensoriali e quasi divine i secondi, sono le parti migliori dei CAVALIERI, nascoste in fondo al loro animo e, esse solo, in grado di sconfiggere i nemici più potenti e malvagi. Le armature assumono quindi il ruolo di simulacri esteriori (ed estetici) che manifestano, ma non costituiscono, la vera forza dei CAVALIERI.
Singolare è inoltre il fatto che sul personaggi principale della serie, PEGASUS (ovvero SAINT SEIYA), si concentrino gli eventi e le situazioni esteriormente più importanti (duelli, sfide, provocazioni), il cui valore come strumenti di maturazione e percorso personale è decisamente più nascosto rispetto a quello che assume nei coprotagonisti. Diverso è invece il discorso per SIRIO, chiaramente il CAVALIERE destinato alla maturazione interiore più evidente, che compie il percorso iniziatico più doloroso (ad esempio con la perdita della vista, evento che gli occorre non una, ma ben due volte); per PHOENIX, la cui posizione morale di stallo fra il Bene e il Male lo rende un personaggio ambiguo; per ANDROMEDA, fratello di PHOENIX, che proprio nell’affetto per il fratello trova la sua forza e la sua debolezza; per CRYSTAL, ossessivamente legato al ricordo della madre il cui cadavere giace in fondo al mare, a bordo di una nave affondata anni prima.
Sempre per quanto riguarda i cinque protagonisti, è evidente come sia nell’aspetto fisico, sia nei comportamenti, emergano alcune stereotipie – quelle dell’action team – che contribuiscono a loro volta all’alta riconoscibilità, gradita al pubblico. Se infatti PEGASUS, in quanto personaggio principale, assume la fisionomia del personaggio “classico” (media statura e carattere impulsivo), anche i comprimari non sono da meno: SIRIO, lo stratega maturo, dallo sguardo “adulto”; CRYSTAL, il “nordico”, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri; ANDROMEDA, il più giovane, portatore di una certa ambiguità sessuale; PHOENIX, il cinico, robusto e sprezzante.
A livello filmico e registico, possiamo rilevare un abbondante uso di inquadrature “a effetto” e di intense luminosità, elementi che concorrono a raffigurare i momenti fondamentali di ogni puntata, e cioè l’uso dei “colpi speciali” adottati in combattimento. Ciascun CAVALIERE può infatti contare su una speciale tecnica di combattimento che trova la sua massima espressione in uno special shot, una summa di tutte le abilità fisiche e mentali di chi lo produce. I combattenti sono ripetutamente inquadrati in pose cool realizzate con prospettive ardite, piani inclinati, sovrapposizione di elementi figurativi (stelle, nebulose, distese ghiacciate) e, soprattutto, ampi fasci luminosi e colorati che scorrono da un lato all’altro dello schermo inquadrando ben poco di ciò che effettivamente avviene fra i contendenti, ma limitandosi a generare un caleidoscopio lucente e, poi, a inquadrare gli effetti del colpo lanciato.
L’impatto di questa serie sul pubblico italiano fu “devastante”. Le battaglie attiravano l’attenzione dei ragazzi, che si identificavano nei protagonisti (ciascuno secondo la propria natura psicologica), mentre la presenza di questi stessi protagonisti, diversi nelle fattezze e nel carattere, ma ognuno ricco di fascino e mistero, “irretiva” il giovane pubblico femminile. Il character desing di Araki Shingo contribuiva anch’esso a rendere attraenti non solo i cinque protagonisti principali, ma anche i numerosi comprimari, dai GUERRIERI D’ARGENTO ai CAVALIERI D’ORO.
Bontà e malvagità, incarnate in maestosi guerrieri che vestono scintillanti armature, sono entrambe attraenti in quanto si manifestano attraverso personaggi affascinanti, in cui le caratteristiche fisiche tipicamente maschili vengono addolcite e pertanto rese più appetibili dal loro aspetto statuario e dalla loro sostanziale non appartenenza al tradizionale consorzio umano: figure ideali, principi azzurri da sognare. Una forma di passione duratura e lontana dalla natura effimera delle consuete mode divistiche, difficilmente eguagliabile.
da Mazinga nostalgia. Storia, valori linguaggi della Goldrake-generation di Marco Pellitteri
In origine l’ideogramma di INVERNO raffigurava e indicava una corda, messa a ferro di cavallo con due nodi alle estremità e indicava "la fine". Successivamente ha cambiato significato, evolvendosi anche nella forma grafica, ed ora vuol dire "inverno".
La ragione del cambiamento potrebbe ritrovarsi nel fatto che i due nodi potevano sembrare fiocchi di neve, o più semplicemente che l'inverno era la fine di un ciclo stagionale di maturazione, il momento del riposo e del sonno, l'attesa che, nella rotazione continua delle mutazioni, precede la rinascita.
Nessuno ha mai amato l’inverno come lo scrittore YASUNARI KAWABATA.
Per lui l’inverno non era una semplice stagione, ma una dimensione da cui traeva grande ispirazione e dalla cui bellezza era molto affascinato. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura disse che era giunta una gru da un paese del nord, paragonando la gru al premio. Molte gru (uccelli beneauguranti, simboli del Giappone) giungono ogni anno dai paesi del nord. Ma il premio, quell’unica gru, aveva preceduto tutte le altre, ed era giunta proprio per lui, così schivo e così convinto che in Giappone vi fossero molti altri bravi scrittori. E quasi a scusarsi per il fatto che quella gru fosse arrivata solo per lui, disse che ciò era successo a causa del suo romanzo YUKIGUNI (Il paese delle nevi), scritto da lui, ma che molti altri scrittori avrebbero potuto scrivere. Amò molto questo romanzo, al punto che nel 1972, due mesi prima del suicidio, aveva cominciato a trascriverlo con il MOOHITSU (il pennello tradizionale giapponese).
Non nacque in inverno, né in una città del nord del Giappone, ma la sua infanzia e la sua gioventù furono come passare attraverso un lungo inverno. Suo padre morì quando aveva due anni, l’anno dopo perse la madre, a dieci anni la sorella, poi a quindici il nonno, che l’aveva cresciuto. Fu allora che divenne veramente orfano. Così descrisse il nonno: “durante la vita non riuscì a fare nulla di grande, passò da un insuccesso all’altro. Chissà come fu difficile per lui. Lo ringraziava per aver vissuto fino a settantacinque anni, sopportando tutte le difficoltà. Perse tutti i figli e molti nipoti, non gli rimasero che pochi amici con cui parlare. Diventò quasi cieco e sordo. La sua fu “vera solitudine”.
Contrariamente al, nonno Kawabata ebbe la fama e il successo da giovane.
Scrisse: “Ciò che è rimasto inciso nella mia mente più di ogni altra cosa è la luna d’inverno, che guardavo durante la guerra. Con le luci delle case spente, l’unica fonte luminosa era la luna pallida d’inverno, affacciata su una valle immersa nel silenzio e nel sonno. Mi ha fatto pensare profondamente alla tradizione giapponese, da salvare, perché andava perdendosi”. Spinto alla ricerca delle bellezze limpide prodotte dal suo popolo, cominciò a collezionare opere d’arte, come l’haiku e il dipinto di Kobayashi Issa:
Utsukushiya
toshi kurekitta
yorunosora
Com’è bello il cielo nella notte di fine anno.
Così disse Kawabata: “E’ una poesia scritta ai piedi di una montagna. Immagino il cielo del pieno inverno, limpido, gelido, colmo di stella che brillano! Tanta naturale bellezza in una espressione semplice e comune: “com’è bello”, per creare una composizione di bellezza semplice e suprema.
Sensazioni che condivido pienamente: ricordo di essermi commossa in una notte d’inverno a Fukui.”
nella tradizione giapponese un animale piuttosto malizioso e comunque inutile, in questo caso, invece, la civetta di paglia è considerata di buon auspicio.
Questo giocattolo è fatto utilizzando il susuki, la versione giapponese della cosiddetta “piuma delle pampe” (cortaderia argentea). La civetta è animale associato all'inverno, come il falcone (taka) e le oche selvatiche (kamo). Questo oggetto, la cui produzione è tipica della città di Tokyo, viene venduto soprattutto durante le cerimonie autunnali in onore di Kishimojin / Kishibojin, Hariti in sanscrito. Dea buddista che protegge i bambini, è invocata come divinità che favorisce la fertilità femminile e garantisce parti sicuri.
Nella tradizione sanscrita, Hariti era un demone femminile che aveva moltissimi figli. Hariti amava questi figli alla follia e per nutrirli, uccideva i figli delle altre madri. Costoro allora si rivolsero al Buddha Shakyamuni per lamentarsi di questi orrendi delitti e per chiedere al Buddha “storico” di salvare i loro figli. Shakyamuni allora sottrasse a Hariti il suo figlio più giovane e lo nascose sotto alla sua ciotola di riso. Hariti in preda alla disperazione cercò il figlio ovunque, ma senza successo, poi sconvolta si rivolse a Shakyamuni chiedendogli il suo aiuto. Fu allora che il Buddha le ricordò che la sua sofferenza era legata alla perdita di un solo figlio e da questa esperienza poteva forse comprendere la sofferenza di tutte le madri alle quali Hariti aveva divorato migliaia di bambini. Pentita, il demone giurò che non avrebbe più fatto soffrire le madri, anzi sarebbe divenuta loro protettrice e dei loro bambini. La festa del demone Hariti, poi convertita in dea protettrice delle madri e dei bambini, è celebrata a Tokyo (Toshima-ku Zoushigaya) il 17 di ottobre ed è in quella occasione che vengono vendute queste civette dalle orecchie rosse. Il legame fra la civetta di paglia e il demone-donna Hariti è narrato in un racconto popolare: la dea Kishibojin, invocata da una figlia che pregava per la guarigione della madre, consigliò alla fanciulla di costruire delle civette di paglia e di venderle. La ragazza obbedì, costruì le civette e le vendite furono così buone che riuscì ad acquistare le medicine per la madre e ne ottenne la guarigione.
Il carattere ACQUA (che si legge sui/mizu in giapponese e shui in cinese) è la stilizzazione dell'antico pittogramma che rappresentava la linea curva e tortuosa di un fiume, con ai lati quattro piccoli segni, come goccie o onde.
L'ideogramma originario aveva il significato sia di acqua che di corso d'acqua, di fiume.
Nelle lingue moderne, oltre al carattere semplice, il segno dell'acqua si scrive anche come radicale con tre piccole pennellate sulla sinistra dell'ideogramma per indicare cose che sono in relazione con l'elemento liquido.
Nella filosofia cinese antica l'acqua era uno dei cinque elementi costitutivi della materia, uno dei cinque agenti da cui era composto l'universo.
Fonte naturale di energia, era considerata più forte del Fuoco, nasceva dal Metallo, faceva nascere il Legno, ma veniva sopraffatta dalla Terra.
Nel 1562, ancora un monaco introduce in Giappone lo shamisen, strumento a tre corde che serve a creare la base musicale di brevi canzoni e ballate popolari e che accompagna la narrazione dei drammi del teatro popolare kabuki e bunraku. L’utilizzo dello shamisen in scena modifica il sistema delle percussioni, che si fa meno stereotipato e più vivace rispetto al noo.
Nel periodo di Edo (1600-1867), compaiono le scale eptatoniche di sette suoni nell’ambito dell’ottava e questo permette la modulazione melodica. Nascono anche i dan-mono, forme musicali a sezioni (dan) di uno stesso numero di battute con un’unica idea melodica, una forma ciclica che i fiamminghi avevano inventato poco prima. Al contempo si sviluppano forme di canto di genere lirico, nagauta, nelle quali la voce si innesta intorno a una certa altezza del suono, mentre varia il timbro. Questo genere di canto è presente sia nel teatro kabuki e nel teatro bunraku, sia in generi narrativi misti vocali e strumentali, kiyamoto e tokiwazu, dai quali più tardi si forma il repertorio concertistico esclusivamente strumentale fino ad oggi utilizzato. Ne è un esempio il complesso da camera con shakuhachi, flauto, shamisen e koto, arpa orizzontale.
Dal
Certamente al nostro orecchio di occidentali, la musica tradizionale giapponese evoca una specificità di sensazione e di emozione tale da supporre un’analoga specificità culturale e il percorso dello sviluppo musicale appena tracciato ne è una prova. Più universale è invece il linguaggio della musica contemporanea giapponese che ha cercato una mediazione tra la propria storia e quella occidentale, offrendo un prodotto originale in cui risuonano i vari componenti della cultura tradizionale e moderna e nella
“In Shinra, a mezzanotte,il sole splende.
Il meraviglioso è l’ineffabile, è il punto in cui il cammino del pensiero si distrugge”.
Con questa formula zen, Zeami (1363-1444), il riconosciuto fondatore del teatro noo, sintetizza in uno dei suoi trattati il grado massimo cui il magistero di un attore può giungere.
Da quanto detto è facile derivare la stretta parentela che lega il noo allo zen. Questa filosofia non filosofia, questa religione non religione (nessuna affermazione e nessuna negazione interessa lo zen secondo Suzuki), informa non solo il noo nella sua interezza, ma anche i singoli aspetti ed oggetti che in esso trovano una perfetta fusione.
È il caso della maschera noo, NOOMENo omote, chiamata in scena ad indicare “tipi di condizioni umane non di personalità” (Hearn), e a fondere magistralmente il particolare e l’universale. Gli opposti, costituiti in questo caso dagli elementi di un volto specifico e da quelli di un volto neutro, assoluto, si fondono in una mirabile sintesi che, secondo il principio tipicamente zen dell’economia, rendono la noomen, almeno all’apparenza, semplice.
La “semplicità” propria della noomen apre la possibilità ad una minima quantità di segni di produrre una massima quantità di significati. La più grande magia riconosciuta all’attore è considerata, infatti, la capacità di rendere viva la maschera sfruttando piccoli, continui, quasi impercettibili movimenti del capo per dar luogo a inseguimenti di luce e ombra in grado di animarne la superficie con una sorprendente cangianza espressiva.
Tale effetto è ottenuto anche grazie all’atteggiamento creativo degli scultori delle omote, guidati intimamente dal precetto dell’immediatezza del gesto, che non perseguendo la simmetria come scopo, e non avendone probabilmente nessun altro nel loro creare (manca nello zen, sempre per Suzuki, un oggetto su cui fissare il pensiero) producono volti di raffinata e umana bellezza. Tutte le maschere noo, in legno di cipresso o di sandalo, possono essere suddivise in sei categorie: Okina, donne (onna), uomini (otoko), anziani (joo), demoni (kijin), spiriti (ryoo).
Tra gli aspetti principali da analizzare vi è sicuramente quello dell’esiguità dei fori oculari. Questi, comportando la pressoché totale assenza di visuale, obbligano l’attore a cercare fissi e immutabili punti di riferimento per essere in grado sempre di capire la propria posizione nello spazio. Tale esigenza ha sicuramente contribuito alla determinazione di uno spazio scenico (butai) invariabile nei suoi elementi strutturali: i pilastri che sostengono il tetto (il palcoscenico, originariamente all’aperto, è oggi un’architettura nell’architettura) e i tre pini lungo il ponte (hashigakari) che collega il butai ai camerini (gakuya) non possono ad esempio mancare.
L’attore Kanze Hisao, per ovviare ai problemi legati alla limitazione visiva imposta dalla maschera, parla della necessità di crearsi una ragnatela mentale sulla quale potersi muovere con sicurezza senza perdere mai il senso d’orientamento. Il maestro Umewaka Makio (oggi Manzaburoo), presso il quale ho studiato in Giappone, indica invece nella capacità di estraniarsi in certo qual modo dal proprio corpo, e quindi nella possibilità di osservarsi dall’esterno, una valida soluzione al problema. Questo metodo, per concludere, ricorda molto da vicino il riken no ken di Zeami, ossia l’adozione da parte dell’attore di un punto di vista oggettivo, posto al di fuori di sé e in grado di trasformarlo così nel migliore e più critico spettatore di sé stess.
La MUSICA non ha bisogno di competenze specifiche per essere goduta: il suo linguaggio immediato non esige una traduzione in parole o una lettura particolare. Basta aprire il canale della comunicazione sensoriale e subito si percepisce. La musica, infatti, non è un prodotto esclusivo della mente, ma dell’essere nella sua interezza e come tale offre un’esperienza di comune sentire. Non tanto nella percezione, che è assolutamente soggettiva e rispetta le regole dell’elaborazione individuale, quanto nella risonanza collettiva.
In Giappone, come in ogni altra civiltà primitiva, la musica nasce come suono, rumore articolato. Talmente sorprendente era per il giapponese antico la trasmissione e la percezione del suono che questa pratica fondamentale della comunicazione veniva creduta una magia, un prodigio della natura; e quella della parola, suono articolato, un portento divino cui si dava il nome di kotodama, spirito vitale della parola. Fin dai tempi più antichi, a ciascun suono, a ciascuna parola – combinazione di suoni e rumori, di vocali e di consonanti – veniva attribuita una valenza positiva o negativa, secondo la casistica riscontrata nell’esperienza di vita stratificata e memorizzata nel corso dei millenni. Come nell’articolazione della parola, nella pratica musicale giapponese il suono e il rumore sono sempre mescolati. Non solo, ma parola e musica costituiscono un tutt’uno inscindibile che si integra con la gestualità e la rappresentazione, a creare quell’insieme di effetti comunicativi che contraddistinguono l’espressività umana.
Nel corso evolutivo della cultura giapponese, riscontriamo la presenza di esperienze musicali strettamente connesse con la vita quotidiana e scandite dal ciclo stagionale, presenti nel lavoro, nel rito, nello svago. Dal periodo di Nara (710 d.C.) cominciano a svilupparsi i fondamenti teorici musicali, con la distinzione di due scale pentatoniche e una precisa nomenclatura delle note.
Vengono tramandate anche le prime annotazioni musicali, o partiture, di musica colta, importata dalla Cina attraverso
La musica del noo fa uso di voci, del flauto e di due tamburi. Manca nell’impianto musicale lo strumento a corde, che comunque è presente nelle forme musicali popolari che si sviluppano all’interno della classe mercantile dalla metà del XVI secolo, e anche nel repertorio buddista affidato ai biwa hooshi, monaci itineranti suonatori del biwa, il liuto giapponese.